Costume e Società

Ogni anno 2 milioni di giorni di ricovero oltre il necessario per pazienti anziani

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23 Gennaio 2023

Una sofferenza del tutto evitabile, ma che continua a colpire migliaia di anziani italiani che, anche dopo essere stati dimessi dall'ospedale, sono letteralmente parcheggiati per più di una settimana nei reparti per la mancanza di alternative valide per indirizzarli dopo il ricovero. Ogni anno si stima che ci siano almeno 2 milioni di giorni di ricovero indebito, che costano al Servizio Sanitario 1,5 milioni di euro, una risorsa che potrebbe essere spesa per altre cure.

La stima arriva da un'indagine effettuata dalla Federazione dei medici internisti ospedalieri, Fadoi, responsabile della gestione dei reparti di medicina interna, dove abitualmente sono ricoverati gli anziani.

Condotta in 98 strutture, l'indagine mostra che, dalla data di dimissione indicata dal medico fino all'effettiva partenza del paziente, passa più di una settimana nel 26,5% dei casi. Nel 39,8% dei pazienti, da 5 a 7 giorni, mentre il 28,6% dei pazienti rimane da due a quattro giorni in più del necessario. Il motivo è che il 75,5% degli anziani non ha un familiare o una badante in grado di assisterli a casa. Per il 49% non c'è la possibilità di entrare in una RSA a causa dei canoni mensili. Inoltre, mentre il 22,4% degli anziani ha difficoltà ad attivare l'Adi, assistenza domiciliare integrata, il 64,3% prolunga il ricovero perché non trova sul territorio strutture sanitarie intermedie.

La ricerca ha anche realizzato un profilo di queste persone anziane. È stato verificato che gli ultrasettantenni sono più della metà nell'87,8% delle strutture. Gli ultraottantenni sono più della metà nel 17,3% delle strutture. Tra il 40 e il 50%, nel 20,4% dei reparti ospedalieri, e tra il 30 e il 40% nel 24,5% dei riparti ospedalieri. Gli anziani ricoverati sono generalmente pazienti complessi, che richiedono più di sette giorni di ricovero per essere adeguatamente curati nell'80,6% dei casi. Nel 28,6% dei casi richiedono un'assistenza ad alta intensità e media nel 69,4% dei casi.

Dall'indagine Fadoi è emerso che dopo la dimissione il 24,5% degli over 70 va direttamente a casa, mentre il 41,8% ha attivato l'assistenza domiciliare. Mentre il 15,3% trova posto in una RSA, il 18,4% degli anziani finisce in una struttura intermedia. “Quello che rileva l'indagine è quanto purtroppo tocchiamo con mano quotidianamente, ossia la necessità di farsi carico di problematiche sociali che finiscono per pesare indebitamente sugli ospedali e sui reparti di medicina interna in particolare”, spiega Francesco Dentali, presidente della Fadoi

“È un quadro che dovrebbe far riflettere sul nostro sistema di assistenza sociale, che secondo l'Osservatorio del Cnel per i servizi impiega appena lo 0,42% del Pil, mentre in base ai dati Inps oltre 25 miliardi vengono erogati sotto forma di assegni, come quelli di accompagnamento o di invalidità. Questo senza considerare i 3,4 miliardi erogati direttamente dai Comuni. Un sistema inverso a quello adottato da molti Paesi, soprattutto del Nord Europa, dove l'ottimizzazione delle risorse disponibili passa per un maggiore investimento nei servizi di assistenza alla persona”, continua Dentali.

Un’altra questione importante, ribadisce Dentali, è la quasi totale assenza di assistenza sanitaria al di fuori degli ospedali stessi. “Parliamo pur sempre di pazienti che al momento del ricovero nei nostri reparti necessitano di una media o alta intensità di cura”. Su questo tema dovrebbe intervenire il nuovo DM 77 sulla riforma delle cure primarie, che individua strutture intermedie negli ospedali di comunità, luoghi dove dovrebbero essere assistiti quei pazienti che non hanno più bisogno di essere ricoverati in strutture ospedaliere di grande complessità, ma che ancora non possono essere assistiti a casa.

Per Dario Manfellotto, presidente uscente di Fadoi, “le ricette come le Case della Comunità e gli ospedali di Comunità sono vecchie. Sono modelli che abbiamo già definito e sperimentato ma che spesso non funzionano e lo abbiamo visto per esempio col Covid. Erano presenti da anni anche in alcuni piani sanitari regionali, come quello del Lazio ad esempio. E non mi sembra che lì dove erano presenti le Case della salute vi sia stata una maggiore capacità di fronteggiare per esempio la pandemia. Rafforzare il territorio non vuol dire disseminare l'Italia di altre strutture burocratiche”. Per Manfellotto si deve “mirare a mettere insieme le forze già in campo, che sono molte ma senza una regia”. 


Una sofferenza del tutto evitabile, ma che continua a colpire migliaia di anziani italiani che, anche dopo essere stati dimessi dall'ospedale, sono letteralmente parcheggiati per più di una settimana nei reparti per la mancanza di alternative valide per indirizzarli dopo il ricovero. Ogni anno si stima che ci siano almeno 2 milioni di giorni di ricovero indebito, che costano al Servizio Sanitario 1,5 milioni di euro, una risorsa che potrebbe essere spesa per altre cure.

La stima arriva da un'indagine effettuata dalla Federazione dei medici internisti ospedalieri, Fadoi, responsabile della gestione dei reparti di medicina interna, dove abitualmente sono ricoverati gli anziani.

Condotta in 98 strutture, l'indagine mostra che, dalla data di dimissione indicata dal medico fino all'effettiva partenza del paziente, passa più di una settimana nel 26,5% dei casi. Nel 39,8% dei pazienti, da 5 a 7 giorni, mentre il 28,6% dei pazienti rimane da due a quattro giorni in più del necessario. Il motivo è che il 75,5% degli anziani non ha un familiare o una badante in grado di assisterli a casa. Per il 49% non c'è la possibilità di entrare in una RSA a causa dei canoni mensili. Inoltre, mentre il 22,4% degli anziani ha difficoltà ad attivare l'Adi, assistenza domiciliare integrata, il 64,3% prolunga il ricovero perché non trova sul territorio strutture sanitarie intermedie.

La ricerca ha anche realizzato un profilo di queste persone anziane. È stato verificato che gli ultrasettantenni sono più della metà nell'87,8% delle strutture. Gli ultraottantenni sono più della metà nel 17,3% delle strutture. Tra il 40 e il 50%, nel 20,4% dei reparti ospedalieri, e tra il 30 e il 40% nel 24,5% dei riparti ospedalieri. Gli anziani ricoverati sono generalmente pazienti complessi, che richiedono più di sette giorni di ricovero per essere adeguatamente curati nell'80,6% dei casi. Nel 28,6% dei casi richiedono un'assistenza ad alta intensità e media nel 69,4% dei casi.

Dall'indagine Fadoi è emerso che dopo la dimissione il 24,5% degli over 70 va direttamente a casa, mentre il 41,8% ha attivato l'assistenza domiciliare. Mentre il 15,3% trova posto in una RSA, il 18,4% degli anziani finisce in una struttura intermedia. “Quello che rileva l'indagine è quanto purtroppo tocchiamo con mano quotidianamente, ossia la necessità di farsi carico di problematiche sociali che finiscono per pesare indebitamente sugli ospedali e sui reparti di medicina interna in particolare”, spiega Francesco Dentali, presidente della Fadoi

“È un quadro che dovrebbe far riflettere sul nostro sistema di assistenza sociale, che secondo l'Osservatorio del Cnel per i servizi impiega appena lo 0,42% del Pil, mentre in base ai dati Inps oltre 25 miliardi vengono erogati sotto forma di assegni, come quelli di accompagnamento o di invalidità. Questo senza considerare i 3,4 miliardi erogati direttamente dai Comuni. Un sistema inverso a quello adottato da molti Paesi, soprattutto del Nord Europa, dove l'ottimizzazione delle risorse disponibili passa per un maggiore investimento nei servizi di assistenza alla persona”, continua Dentali.

Un’altra questione importante, ribadisce Dentali, è la quasi totale assenza di assistenza sanitaria al di fuori degli ospedali stessi. “Parliamo pur sempre di pazienti che al momento del ricovero nei nostri reparti necessitano di una media o alta intensità di cura”. Su questo tema dovrebbe intervenire il nuovo DM 77 sulla riforma delle cure primarie, che individua strutture intermedie negli ospedali di comunità, luoghi dove dovrebbero essere assistiti quei pazienti che non hanno più bisogno di essere ricoverati in strutture ospedaliere di grande complessità, ma che ancora non possono essere assistiti a casa.

Per Dario Manfellotto, presidente uscente di Fadoi, “le ricette come le Case della Comunità e gli ospedali di Comunità sono vecchie. Sono modelli che abbiamo già definito e sperimentato ma che spesso non funzionano e lo abbiamo visto per esempio col Covid. Erano presenti da anni anche in alcuni piani sanitari regionali, come quello del Lazio ad esempio. E non mi sembra che lì dove erano presenti le Case della salute vi sia stata una maggiore capacità di fronteggiare per esempio la pandemia. Rafforzare il territorio non vuol dire disseminare l'Italia di altre strutture burocratiche”. Per Manfellotto si deve “mirare a mettere insieme le forze già in campo, che sono molte ma senza una regia”. 

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