Costume e Società

Torino, casa di cura rifiuta di accogliere un anziano dimesso dall’ospedale. Sul caso interviene l’Asl.

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24 Gennaio 2020

I fatti risalgono al 15 gennaio scorso, quando un anziano malato di demenza senile è stato dimesso all’Ospedale Amedeo di Savoia di Torino, nel quale era ricoverato, per proseguire la sua degenza per ulteriori due mesi in una casa di cura di Pianezza, convenzionata con il Servizio Sanitario Nazionale. Ma una volta arrivato a Villa Iris, questo il nome della struttura, al figlio dell’anziano signore è stato sottoposto un modulo di accettazione, che lo avrebbe obbligato a portare via dalla struttura il proprio padre trascorsi 60 giorni, oppure a proseguire il ricovero oltre i due mesi pagando una somma di 75 euro al giorno.

Una “informativa su ricovero improprio” secondo la struttura, che non ha mancato di sollevare perplessità nell’uomo, il quale ha chiesto di poter rimandare la firma del documento, in attesa di informarsi meglio sui propri diritti. La direzione di Villa Iris è stata però irremovibile: in mancanza dell’informativa firmata da un parente, il paziente doveva essere rimandato all’ospedale da cui proveniva. 

L’anziano, che soffre anche del disturbo di wandering, è stato dunque sedato e trasferito all’Ospedale Maria Vittoria, poiché l’Amedeo di Savoia non aveva più posti letto disponibili. Entrambe le strutture ospedaliere hanno inoltre comunicato al figlio del paziente di non essere a conoscenza del fatto che Villa Iris imponesse la firma di un modulo simile ai pazienti o ai loro familiari. L’uomo si è pertanto deciso a sporgere denuncia dell’accaduto ai carabinieri.

La direzione di Villa Iris, per parte sua, sostiene la legittimità della propria procedura di accettazione, sottolineando che la Regione corrisponde alle strutture convenzionale il 100% della retta giornaliera solo fino ad un massimo di 60 giorni, riducendo il contributo al 60% nei giorni successivi. La procedura sarebbe dunque necessaria per tutelare la casa di cura da eventuali casi di insolvenza da parte dei pazienti o dei familiari, che secondo la casa di cura a volte si protraggono per mesi.

Il caso ha riaperto il dibattito sulla trasparenza dei criteri adottati dalle strutture convenzionate con il Servizio Sanitario Nazionale, nonché sul ruolo che dovrebbe svolgere l’Asl in casi come questo. Della vicenda si sta occupando inoltre il sindacato pensionati della Cgil, evidenziando i gravi disagi cui vanno incontro i familiari di un anziano non autosufficiente, e invocando chiarezza: «La drammatica evidenza di 11mila persone in lista di attesa a Torino per assistenza residenziale o domiciliare impone una risposta rapida ed efficace a tutti i livelli di competenza istituzionale. Si tratta di una vera emergenza sociale che non può ricadere sui pazienti e sulle famiglie» dichiarano Lucia Centillo di Spi Cgil Torino e Graziella Regolino di Spi Cgil Piemonte.

Una risposta che non si è fatta attendere. L’Asl Città di Torino ha infatti dichiarato il proprio impegno ad assicurare una sistemazione agli anziani che, trascorso il termine dei 60 giorni, non possono sostenere il costo della quota alberghiera, ma neppure ricevere l’assistenza necessaria da parte dei propri familiari. È stato discusso nei giorni scorsi un protocollo di intesa con le case di riposo, che prevede in questi casi il ricorso all’assistenza domiciliare, il ricovero in una Rsa o altre forme di assistenza. 

L’accordo, annunciato dal direttore sanitario dell’Asl Città di Torino Edoardo Tegani, sollecita inoltre le strutture a non adottare procedure che vanno a penalizzare pesantemente le famiglie, come quelle stabilite da Villa Iris. "A parte il caso singolo, indubbiamente grave, la richiesta alle famiglie di firmare un'informativa è irregolare. Villa Iris - afferma - si fa forte di un pronunciamento dell'ufficio legale della Regione: se dopo un periodo di cure il paziente non ha più problemi sanitari e non rientra a domicilio deve pagare la quota alberghiera".

La normativa, sottolinea Tegani, stabilisce la riduzione del contributo regionale dopo 60 giorni, solo nel caso in cui siano stati curati i problemi di salute del paziente, che hanno motivato il ricovero. Se invece le condizioni del malato non migliorano, la continuazione del ricovero non può essere ritenuta inappropriata, e sarebbe pertanto illegittimo richiedere alle famiglie un impegno di pagamento, ancora prima dell’inizio delle cure.


I fatti risalgono al 15 gennaio scorso, quando un anziano malato di demenza senile è stato dimesso all’Ospedale Amedeo di Savoia di Torino, nel quale era ricoverato, per proseguire la sua degenza per ulteriori due mesi in una casa di cura di Pianezza, convenzionata con il Servizio Sanitario Nazionale. Ma una volta arrivato a Villa Iris, questo il nome della struttura, al figlio dell’anziano signore è stato sottoposto un modulo di accettazione, che lo avrebbe obbligato a portare via dalla struttura il proprio padre trascorsi 60 giorni, oppure a proseguire il ricovero oltre i due mesi pagando una somma di 75 euro al giorno.

Una “informativa su ricovero improprio” secondo la struttura, che non ha mancato di sollevare perplessità nell’uomo, il quale ha chiesto di poter rimandare la firma del documento, in attesa di informarsi meglio sui propri diritti. La direzione di Villa Iris è stata però irremovibile: in mancanza dell’informativa firmata da un parente, il paziente doveva essere rimandato all’ospedale da cui proveniva. 

L’anziano, che soffre anche del disturbo di wandering, è stato dunque sedato e trasferito all’Ospedale Maria Vittoria, poiché l’Amedeo di Savoia non aveva più posti letto disponibili. Entrambe le strutture ospedaliere hanno inoltre comunicato al figlio del paziente di non essere a conoscenza del fatto che Villa Iris imponesse la firma di un modulo simile ai pazienti o ai loro familiari. L’uomo si è pertanto deciso a sporgere denuncia dell’accaduto ai carabinieri.

La direzione di Villa Iris, per parte sua, sostiene la legittimità della propria procedura di accettazione, sottolineando che la Regione corrisponde alle strutture convenzionale il 100% della retta giornaliera solo fino ad un massimo di 60 giorni, riducendo il contributo al 60% nei giorni successivi. La procedura sarebbe dunque necessaria per tutelare la casa di cura da eventuali casi di insolvenza da parte dei pazienti o dei familiari, che secondo la casa di cura a volte si protraggono per mesi.

Il caso ha riaperto il dibattito sulla trasparenza dei criteri adottati dalle strutture convenzionate con il Servizio Sanitario Nazionale, nonché sul ruolo che dovrebbe svolgere l’Asl in casi come questo. Della vicenda si sta occupando inoltre il sindacato pensionati della Cgil, evidenziando i gravi disagi cui vanno incontro i familiari di un anziano non autosufficiente, e invocando chiarezza: «La drammatica evidenza di 11mila persone in lista di attesa a Torino per assistenza residenziale o domiciliare impone una risposta rapida ed efficace a tutti i livelli di competenza istituzionale. Si tratta di una vera emergenza sociale che non può ricadere sui pazienti e sulle famiglie» dichiarano Lucia Centillo di Spi Cgil Torino e Graziella Regolino di Spi Cgil Piemonte.

Una risposta che non si è fatta attendere. L’Asl Città di Torino ha infatti dichiarato il proprio impegno ad assicurare una sistemazione agli anziani che, trascorso il termine dei 60 giorni, non possono sostenere il costo della quota alberghiera, ma neppure ricevere l’assistenza necessaria da parte dei propri familiari. È stato discusso nei giorni scorsi un protocollo di intesa con le case di riposo, che prevede in questi casi il ricorso all’assistenza domiciliare, il ricovero in una Rsa o altre forme di assistenza. 

L’accordo, annunciato dal direttore sanitario dell’Asl Città di Torino Edoardo Tegani, sollecita inoltre le strutture a non adottare procedure che vanno a penalizzare pesantemente le famiglie, come quelle stabilite da Villa Iris. "A parte il caso singolo, indubbiamente grave, la richiesta alle famiglie di firmare un'informativa è irregolare. Villa Iris - afferma - si fa forte di un pronunciamento dell'ufficio legale della Regione: se dopo un periodo di cure il paziente non ha più problemi sanitari e non rientra a domicilio deve pagare la quota alberghiera".

La normativa, sottolinea Tegani, stabilisce la riduzione del contributo regionale dopo 60 giorni, solo nel caso in cui siano stati curati i problemi di salute del paziente, che hanno motivato il ricovero. Se invece le condizioni del malato non migliorano, la continuazione del ricovero non può essere ritenuta inappropriata, e sarebbe pertanto illegittimo richiedere alle famiglie un impegno di pagamento, ancora prima dell’inizio delle cure.

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