Salute e benessere

“Doll Therapy”: accudire una bambola per curare i disturbi cognitivi e comportamentali negli anziani

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18 Marzo 2022

La demenza senile, importante malattia neurodegenerativa che tende a colpire gli individui più anziani con l’avanzare dell’età, costituisce ancora oggi una patologia in grado di arrecare gravi conseguenze sia al benessere che alla qualità della vita. La comparsa di alcuni rilevanti sintomi, come la perdita della memoria, i disturbi del linguaggio o il decadimento delle facoltà intellettive, tende a compromettere la quotidianità di molti malati e dei rispettivi caregiver, che necessitano di maggior supporto assistenziale e sostegno psicologico. La presa in carico della popolazione anziana affetta da disturbi cognitivi rappresenta infatti un tema particolarmente delicato anche all’interno delle residenze per anziani italiane, dove ad oggi la ricerca di nuove terapie sperimentali risulta essere continua e costante; una delle ultime novità riguardanti il trattamento del morbo di Alzheimer e della demenza è però rappresentata dalla cosiddetta “Doll Therapy”, recentemente avviata nella Casa protetta di Castel San Giovanni in provincia di Piacenza.

La Doll therapy, o terapia delle bambole, è infatti una delle terapie non farmacologiche utilizzate per ridurre la progressione di alcuni gravi disturbi, come quello dell’Alzheimer, del Parkinson e della demenza, che ha il rilevante merito di stimolare nei pazienti nuove abilità affettive e cognitive. Nata alla fine degli anni Novanta attraverso lo studio effettuato della psicoterapeuta Britt Marie Egidius Jakobsson, questa innovativa tecnica prevede l’utilizzo di particolari bambole a scopo medico e riabilitativo, attraverso le quali i pazienti possono quotidianamente esprimere il proprio primordiale desiderio di accudimento: mediante le attenzioni rivolte a questo nuovo “strumento di comunicazione”, tutti i soggetti affetti da decadimento cognitivo diverrebbero capaci di controllare alcuni disturbi comportamentali, riducendo ansia, aggressività, agitazione, tristezza e i disturbi legati al sonno. L’anziano, instaurando una sorta di “relazione di cura e di protezione”, potrebbe recuperare in breve tempo l’equilibrio perduto a causa della malattia, migliorando il senso di isolamento rispetto al mondo circostante e la conseguente sensazione di solitudine interiore. Il profondo legame che si crea con questo oggetto simbolico offre la possibilità al malato di riattivare la propria sfera emotiva, arrecando benefici di enorme portata sia al suo umore che al suo benessere psico-fisico: l’accudimento, che risveglia emozioni e ricordi del passato, incentiverebbe non solo la memoria, ma contribuirebbe anche a stimolare il parziale recupero dell’autoconsapevolezza, con considerevoli vantaggi per l’operosità e la funzionalità delle facoltà intellettive del cervello.

La sperimentazione di questa nuova terapia, avvenuta nella Casa protetta piacentina su cinque anziane ospiti, ha condotto in breve tempo a risultati alquanto sorprendenti: quella che sembrava essere inizialmente solo un’attività ludica ha invece permesso il raggiungimento di importanti obiettivi in termini di relazione e socializzazione tra gli anziani, dove l’impiego di particolari bambole caratterizzate da tessuti e conformazioni quanto più possibile simili al vero, ha ridotto apatia e depressione, incoraggiando scambio affettivo e memoria procedurale. Come affermano gli operatori sanitari della Casa protetta Albesani, che eroga servizi di tipo sanitario e socioassistenziale ad anziani non più completamente autosufficienti, “sin dalle prime volte si è creata un’empatia quasi istantanea tra l’anziana e la bambola. Un’empatia fatta di sguardi, carezze che ricordano il rapporto che si instaura tra una madre e il proprio bambino”: la terapia sperimentale, che durerà all’incirca un anno, ha come obiettivo ultimo la scomparsa di tutti quei disturbi del comportamento di cui le anziane ospiti sono oggi affette, e per i quali risulta attualmente necessario il ricorso a farmaci.

La demenza senile, importante malattia neurodegenerativa che tende a colpire gli individui più anziani con l’avanzare dell’età, costituisce ancora oggi una patologia in grado di arrecare gravi conseguenze sia al benessere che alla qualità della vita. La comparsa di alcuni rilevanti sintomi, come la perdita della memoria, i disturbi del linguaggio o il decadimento delle facoltà intellettive, tende a compromettere la quotidianità di molti malati e dei rispettivi caregiver, che necessitano di maggior supporto assistenziale e sostegno psicologico. La presa in carico della popolazione anziana affetta da disturbi cognitivi rappresenta infatti un tema particolarmente delicato anche all’interno delle residenze per anziani italiane, dove ad oggi la ricerca di nuove terapie sperimentali risulta essere continua e costante; una delle ultime novità riguardanti il trattamento del morbo di Alzheimer e della demenza è però rappresentata dalla cosiddetta “Doll Therapy”, recentemente avviata nella Casa protetta di Castel San Giovanni in provincia di Piacenza.

La Doll therapy, o terapia delle bambole, è infatti una delle terapie non farmacologiche utilizzate per ridurre la progressione di alcuni gravi disturbi, come quello dell’Alzheimer, del Parkinson e della demenza, che ha il rilevante merito di stimolare nei pazienti nuove abilità affettive e cognitive. Nata alla fine degli anni Novanta attraverso lo studio effettuato della psicoterapeuta Britt Marie Egidius Jakobsson, questa innovativa tecnica prevede l’utilizzo di particolari bambole a scopo medico e riabilitativo, attraverso le quali i pazienti possono quotidianamente esprimere il proprio primordiale desiderio di accudimento: mediante le attenzioni rivolte a questo nuovo “strumento di comunicazione”, tutti i soggetti affetti da decadimento cognitivo diverrebbero capaci di controllare alcuni disturbi comportamentali, riducendo ansia, aggressività, agitazione, tristezza e i disturbi legati al sonno. L’anziano, instaurando una sorta di “relazione di cura e di protezione”, potrebbe recuperare in breve tempo l’equilibrio perduto a causa della malattia, migliorando il senso di isolamento rispetto al mondo circostante e la conseguente sensazione di solitudine interiore. Il profondo legame che si crea con questo oggetto simbolico offre la possibilità al malato di riattivare la propria sfera emotiva, arrecando benefici di enorme portata sia al suo umore che al suo benessere psico-fisico: l’accudimento, che risveglia emozioni e ricordi del passato, incentiverebbe non solo la memoria, ma contribuirebbe anche a stimolare il parziale recupero dell’autoconsapevolezza, con considerevoli vantaggi per l’operosità e la funzionalità delle facoltà intellettive del cervello.

La sperimentazione di questa nuova terapia, avvenuta nella Casa protetta piacentina su cinque anziane ospiti, ha condotto in breve tempo a risultati alquanto sorprendenti: quella che sembrava essere inizialmente solo un’attività ludica ha invece permesso il raggiungimento di importanti obiettivi in termini di relazione e socializzazione tra gli anziani, dove l’impiego di particolari bambole caratterizzate da tessuti e conformazioni quanto più possibile simili al vero, ha ridotto apatia e depressione, incoraggiando scambio affettivo e memoria procedurale. Come affermano gli operatori sanitari della Casa protetta Albesani, che eroga servizi di tipo sanitario e socioassistenziale ad anziani non più completamente autosufficienti, “sin dalle prime volte si è creata un’empatia quasi istantanea tra l’anziana e la bambola. Un’empatia fatta di sguardi, carezze che ricordano il rapporto che si instaura tra una madre e il proprio bambino”: la terapia sperimentale, che durerà all’incirca un anno, ha come obiettivo ultimo la scomparsa di tutti quei disturbi del comportamento di cui le anziane ospiti sono oggi affette, e per i quali risulta attualmente necessario il ricorso a farmaci.

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