Costume e Società

Australia: abuso di psicofarmaci sui malati di demenza senile, la denuncia di Human Rights Watch

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15 Novembre 2019

L’organizzazione non governativa internazionale Human Rights Watch, impegnata per la difesa dei diritti umani, ha di recente pubblicato un rapporto in cui si denuncia l’abuso di psicofarmaci per contenere gli anziani affetti da demenza senile nelle case di riposo australiane.
Il report, basato sulle interviste rilasciate da 36 medici e 37 familiari dei pazienti, è intitolato ‘Fading Away’, che in italiano significa ‘dissolversi’. Il titolo allude provocatoriamente all’annullamento della personalità cui vanno incontro gli anziani imbottiti di farmaci nelle strutture di ricovero. Il documento evidenzia nello specifico una somministrazione di psicofarmaci in dosi massicce, anche quando non sarebbe affatto necessario, al solo scopo di contenere gli anziani.
Le demenze, lo ricordiamo, sono patologie neurodegenerative che colpiscono principalmente gli anziani e causano un progressivo declino cognitivo che compromette in modo significativo la qualità di vita del malato e di chi se ne prende cura. L’utilizzo di psicofarmaci per trattare la demenza senile, non solo non aiuta a migliorare la condizione dei malati, ma può avere su di loro degli effetti collaterali devastanti
Come nel caso di Ray Elkins, di 78 anni, ricoverato in una casa di riposo australiana nel 2013 e descritto con queste drammatiche parole dalla figlia Susan: “Non riusciva più a camminare, ma solo a trascinarsi. Era terribilmente depresso e non faceva che piangere. Non riusciva più a deglutire […], tutti i suoi sintomi erano effetti collaterali dei farmaci antipsicotici e sono scomparsi quando è uscito dalla struttura.”
A Ray veniva somministrato un farmaco utilizzato per curare la schizofrenia e il disturbo bipolare. Oggi, dopo aver sospeso questi farmaci, Ray sta molto meglio e ha recuperato gran parte delle capacità che aveva perso per l’abuso di medicinali e non a causa della sua demenza. Ma Ray è solo uno dei circa 450 mila anziani che convivono con una qualche forma di demenza nel continente australiano.
La storia di Monica, ricoverata in una casa di cura insieme al marito, mette in evidenza un altro inquietante aspetto di questa vicenda. Suo figlio Edgar, dopo aver avuto accesso alla documentazione clinica della madre, ha scoperto che la donna era costretta ad assumere un cocktail di farmaci, ma tutto questo avveniva senza che avesse firmato un consenso informato. I medici della struttura ritenevano che Monica avesse bisogno di essere sedata, ma secondo la testimonianza di Edgar “le medicine la stavano portando via la vita”. Oggi, dopo aver sospeso gli psicofarmaci, Monica può di nuovo stare seduta, mangiare da sola e giocare con il nipotino, quando va a trovarla.
Vi sono poi le testimonianze di 36 medici, raccolte nel report di Human Rights Watch. Harry McConnell, geriatra e neuropsichiatra specializzato nella cura delle demenze, denuncia l’effetto devastante degli antipsicotici sulla salute e sulla qualità della vita degli anziani. Questi farmaci possono causare gravi problemi legati al metabolismo, diabete, ictus e malattie cardiache. Purtroppo però, gli effetti collaterali non vengono quasi mai dimostrati attraverso una diagnosi e perciò questi medicinali continuano ad essere usati per contenere i pazienti.
«Questo atteggiamento è un vero insulto per tutta l’umanità. Le persone anziane affette da demenza hanno bisogno di essere capite e aiutate, non di una pasticca», denuncia Bethany Brown, ricercatrice per Human Rights Watch sui diritti degli anziani. L’organizzazione ha chiesto pertanto al governo australiano di proibire l’uso di questi farmaci sulle persone affette da demenza e di definire dei requisiti di base per il personale che opera nelle strutture, perché non si ricorra più alla contenzione chimica sui pazienti.
La commissione delle Nazioni Unite per i diritti delle persone disabili ha espresso nel 2013 le sue critiche all’Australia, poiché consente di mettere in atto sui pazienti disabili delle pratiche di contenzione, fisica o farmacologica, e dei trattamenti medici che causano una mutazione del comportamento, in violazione delle norme internazionali sui diritti umani, che vietano trattamenti degradanti sulle persone.

L’organizzazione non governativa internazionale Human Rights Watch, impegnata per la difesa dei diritti umani, ha di recente pubblicato un rapporto in cui si denuncia l’abuso di psicofarmaci per contenere gli anziani affetti da demenza senile nelle case di riposo australiane.
Il report, basato sulle interviste rilasciate da 36 medici e 37 familiari dei pazienti, è intitolato ‘Fading Away’, che in italiano significa ‘dissolversi’. Il titolo allude provocatoriamente all’annullamento della personalità cui vanno incontro gli anziani imbottiti di farmaci nelle strutture di ricovero. Il documento evidenzia nello specifico una somministrazione di psicofarmaci in dosi massicce, anche quando non sarebbe affatto necessario, al solo scopo di contenere gli anziani.
Le demenze, lo ricordiamo, sono patologie neurodegenerative che colpiscono principalmente gli anziani e causano un progressivo declino cognitivo che compromette in modo significativo la qualità di vita del malato e di chi se ne prende cura. L’utilizzo di psicofarmaci per trattare la demenza senile, non solo non aiuta a migliorare la condizione dei malati, ma può avere su di loro degli effetti collaterali devastanti
Come nel caso di Ray Elkins, di 78 anni, ricoverato in una casa di riposo australiana nel 2013 e descritto con queste drammatiche parole dalla figlia Susan: “Non riusciva più a camminare, ma solo a trascinarsi. Era terribilmente depresso e non faceva che piangere. Non riusciva più a deglutire […], tutti i suoi sintomi erano effetti collaterali dei farmaci antipsicotici e sono scomparsi quando è uscito dalla struttura.”
A Ray veniva somministrato un farmaco utilizzato per curare la schizofrenia e il disturbo bipolare. Oggi, dopo aver sospeso questi farmaci, Ray sta molto meglio e ha recuperato gran parte delle capacità che aveva perso per l’abuso di medicinali e non a causa della sua demenza. Ma Ray è solo uno dei circa 450 mila anziani che convivono con una qualche forma di demenza nel continente australiano.
La storia di Monica, ricoverata in una casa di cura insieme al marito, mette in evidenza un altro inquietante aspetto di questa vicenda. Suo figlio Edgar, dopo aver avuto accesso alla documentazione clinica della madre, ha scoperto che la donna era costretta ad assumere un cocktail di farmaci, ma tutto questo avveniva senza che avesse firmato un consenso informato. I medici della struttura ritenevano che Monica avesse bisogno di essere sedata, ma secondo la testimonianza di Edgar “le medicine la stavano portando via la vita”. Oggi, dopo aver sospeso gli psicofarmaci, Monica può di nuovo stare seduta, mangiare da sola e giocare con il nipotino, quando va a trovarla.
Vi sono poi le testimonianze di 36 medici, raccolte nel report di Human Rights Watch. Harry McConnell, geriatra e neuropsichiatra specializzato nella cura delle demenze, denuncia l’effetto devastante degli antipsicotici sulla salute e sulla qualità della vita degli anziani. Questi farmaci possono causare gravi problemi legati al metabolismo, diabete, ictus e malattie cardiache. Purtroppo però, gli effetti collaterali non vengono quasi mai dimostrati attraverso una diagnosi e perciò questi medicinali continuano ad essere usati per contenere i pazienti.
«Questo atteggiamento è un vero insulto per tutta l’umanità. Le persone anziane affette da demenza hanno bisogno di essere capite e aiutate, non di una pasticca», denuncia Bethany Brown, ricercatrice per Human Rights Watch sui diritti degli anziani. L’organizzazione ha chiesto pertanto al governo australiano di proibire l’uso di questi farmaci sulle persone affette da demenza e di definire dei requisiti di base per il personale che opera nelle strutture, perché non si ricorra più alla contenzione chimica sui pazienti.
La commissione delle Nazioni Unite per i diritti delle persone disabili ha espresso nel 2013 le sue critiche all’Australia, poiché consente di mettere in atto sui pazienti disabili delle pratiche di contenzione, fisica o farmacologica, e dei trattamenti medici che causano una mutazione del comportamento, in violazione delle norme internazionali sui diritti umani, che vietano trattamenti degradanti sulle persone.

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